Ghiaccio-nove

Chiamatemi Jonah. I miei genitori mi chiamavano più o meno così. Mi chiamavano John.
Jonah o John… se anche mi fossi chiamato Sam, sarei rimasto un Jonah – e non perché fossi un menagramo, ma perché c’era sempre qualcosa o qualcuno che mi scaraventava puntualmente in determinati posti, in determinati momenti. Non senza i debiti mezzi e motivi, convenzionali o strambi che fossero. E, nel pieno rispetto del piano, allo scoccare del secondo stabilito, questo Jonah era lì, nel posto stabilito.
State a sentire:
Quando ero più giovane – due mogli or sono, più 250.000 sigarette e 50.000 cicchetti…
Quando ero molto, ma molto più giovane, incominciai a raccogliere il materiale per un libro che doveva intitolarsi Il giorno in cui il mondo finì.

L’opera struggente di un formidabile genio

DI LÀ DALLA FINESTRA ALTA E STRETTA DEL BAGNO il cortile di dicembre è grigio e triste, gli alberi si stagliano calligrafici. Fuori il vapore di scarico dell’asciugatrice si alza in pesanti volute, sfilacciandosi e avviluppandosi nel cielo bianco.
La casa è un bordello totale.
Mi tiro su i pantaloni e torno da mia madre. Attraverso il corridoio, supero la lavanderia e di lì passo in sala da pranzo. Mi chiudo la porta alle spalle, smorzando il rumore delle scarpe di Toph che rotolano dentro l’asciugatrice.

Il birraio di Preston

Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa. Il non ancora decino Gerd Hoffer, ad una truniata più scatasciante delle altre, che fece trimoliare i vetri delle finestre, si arrisbigliò con un salto, accorgendosi, nello stesso momento, che irresistibilmente gli scappava. Era storia vecchia, questa della scappatina di pipì: i medici avevano diagnosticato che il picciliddro era lento d’incascio, cioè di reni, fin dalla nascita e che quindi era naturale che si liberasse a letto. Ma il padre, l’ingegnere minerario Fridolin Hoffer, da quell’orecchio mai aveva voluto sentirci, non si dava pace d’avere messo al mondo un figlio tedesco di scarto, e quindi sosteneva che non si trattava di cure ma di kantiana educazione della volontà, per cui ogni mattina che Dio mandava in terra si metteva a ispezionare, sollevando coperta o lenzuolo a secondo di stascione, il letto del figlio e, infilata la mano inquisitoria, al subito immancabile vagnaticcio reagiva con una potente timbulata al bambino la cui guancia colpita a vista d’occhio pigliava a gonfiarsi come un muffoletto di pane ad opera di lievito di birra.

La casa delle anime

E’ stato mio padre a chiamarmi fuori. Avevo ventisei anni quando sono emerso dal lago per la prima volta, e l’idea crea problemi a diverse persone: si domandano come sia possibile che io avessi quell’età senza avere un passato. Ma io ho i miei bei problemi: La maggior parte della gente che conosco non è in grado di ricordare di essere nata e, per giunta, non si preoccupa affatto di non riuscire a farlo. La mia grande amica Julie Sivik una volta mi ha detto che il suo primo ricordo risale alla festa di compleanno, quando si era alzata in piedi su una sedia per spegnere le candeline sulla torta. Prima di quella scena è buio pesto, mi ha detto, ma non sembra delusa, come se aver perso due anni della propria vita fosse la cosa più naturale al mondo.

La coscienza di Zeno

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità.