La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata

Il terzo giorno di pioggia avevano ammazzato tanti granchi dentro casa, che Pelayo dovette attraversare il suo cortile allagato per buttarli nel mare, perché il bambino aveva passato la notte con e caldane e si pensava fosse a causa del fetore. Il mondo era triste fin dal martedì. Il cielo e il mare erano una stessa cosa di cenere, e le sabbie della spiaggia, che in marzo sfolgoravano come polvere di mica, si erano trasformate in una broda di fango e di molluschi putrefatti. La luce era così moscia a mezzogiorno che, mentre Pelayo stava tornando a casa dopo aver buttato via i granchi, gli costò fatica vedere ciò che si moveva e si lamentava in fondo al cortile. Dovette avvicinarsi molto prima di scoprire che era un uomo molto vecchio, che era rovesciato bocconi nella fangaia, e nonostante i suoi sforzi non poteva sollevarsi, perché glielo impedivano le sue enormi ali.

Siddharta

Nell’ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume presso le barche, nell’ombra del bosco di Sal, all’ombra del fico crebbe Siddharta, il bel figlio del Brahmino, il giovane falco, insieme all’amico suo, Govinda, anch’egli figlio di Brahmino. Sulla riva del fiume, nei bagni, nelle sacre abluzioni, nei sacrifici votivi il sole bruniva le sue spalle lucenti. Ombre attraversavano i suoi occhi neri nel boschetto di mango, durante i giochi infantili, al canto di sua madre, durante i santi sacrifici, alle lezioni di suo padre, così dotto, durante le conversazioni dei saggi. Già da tempo Siddharta prendeva parte alle conversazioni dei saggi, si esercitava con Govinda nell’arte oratoria, nonché nell’esercizio delle facoltà di osservazione e nella pratica della concentrazione interiore.

Incarnazioni di bambini bruciati

Il papà era sul lato della casa a reggere una porta per l’affittuario quando udì la voce della mamma levarsi acuta fra le urla del bambino. Gli fu facile accorrere, la veranda nel retro dava direttamente sulla cucina, e prima che la doppia porta si richiudesse di scatto alle sue spalle il papà aveva abbracciato l’intera scena con lo sguardo, la pentola rovesciata sulle mattonelle davanti alla stufa e il getto azzurro del fornello a gas e la pozza d’acqua ancora fumante che si diramava in ogni direzione sul pavimento, il frugoletto infagottato nel pannolino in piedi rigido col vapore che esalava dai capelli e dal petto e dalle spalle porpora e gli occhi strabuzzati e la bocca spalancata che sembrava come separata dai suoni che emetteva, la mamma un ginocchio in terra che lo tamponava inutilmente con lo strofinaccio, coprendo con le sue le urla del bambino, isterica al punto da essere quasi impietrita. Il suo ginocchio e il piccolo tenero piede scalzo erano ancora immersi nella pozza fumante, e per prima cosa il papà prese il piccino per le ascelle, lo sollevò da terra e lo portò al lavello, dove buttati fuori i piatti aprì il rubinetto per far scorrere l’acqua fredda del pozzo sui piedi del bambino mentre ne raccoglieva altra nel cavo della mano e la versava o la gettava sulla testa sulle spalle e sul petto, non volendo innanzitutto più vedere il vapore esalare dal corpo, la mamma che da sopra la sua spalla invocava il Signore finché lui non la mandò a prendere degli asciugamani e a vedere se avevano della garza, il papà che si muoveva con efficienza, la sua mente maschile concentrata unicamente sullo scopo da raggiungere, ancora inconsapevole che lui si muoveva con disinvoltura o che aveva smesso di sentire le urla altissime perché sentirle lo avrebbe pietrificato rendendo impossibile fare quel che andava fatto per soccorrere la sua creatura, le cui urla avevano assunto la regolarità del respiro e si protraevano da tanto di quel tempo da essere diventate una presenza nella cucina, un’altra cosa da rimuovere al più presto.

Dieci piccoli indiani

In un angolo dello scompartimento fumatori di prima classe, il signor Wargrave, giudice da poco in pensione, tirò una boccata di fumo dal sigaro e scorse con interesse le notizie politiche del «Times». Poi, depose il giornale sulle ginocchia e guardò fuori dal finestrino. Il treno correva attraverso il Somerset.
Diede un’occhiata all’orologio: ancora due ore di viaggio.
Ripensò a quello che i giornali avevano scritto su Nigger Island.

Il grande salto

Guardavano Ryan che riempiva di botte il caposquadra messicano, su pellicola Commercial Ektacrome da 16mm. Erano in tre, nel seminterrato del palazzo di giustizia della Holden County: il sostituto procuratore distrettuale, che aveva portato il film, un agente in uniforme, dell’ufficio dello sceriffo, a manovrare il proiettore, e il signor Walter Majestyk, il giudice di pace di Geneva Beach.

Gabriella, garofano e cannella

Questa storia d’amore – per una strana coincidenza, direbbe donna Arminda – iniziò nello stesso giorno limpido, con sole primaverile, in cui il fazendeiro Jesuíno Mendonça uccise a rivoltellate donna Sinhazinha Guedes Mendonça sua legittima sposa, dama della migliore società locale – bruna, piuttosto grassa, molto dedita alle attività parrocchiali – e il dottor Osmundo Pimentel, chirurgo-dentista, stabilitosi a Ilhéus da pochi mesi, giovane elegante, con atteggiamenti da poeta. Inoltre, in quel mattino, prima che la tragedia sconvolgesse la città, la vecchia Filomena aveva attuato una sua antica minaccia: era partita con il trenino delle otto per Água Preta, dove aveva fatto fortuna un suo figliolo, piantando in asso l’arabo Nacib presso cui faceva la cuoca.

Moon Palace

Era l’estate in cui per la prima volta gli uomini posero piede sulla luna. A quei tempi ero molto giovane, tuttavia non credevo che esistesse un futuro. Volevo vivere pericolosamente, spingermi il più lontano possibile per vedere che cosa sarebbe successo una volta arrivato fin lì. In realtà non lo feci affatto. A poco a poco vidi i miei soldi ridursi a zero, venni privato dell’appartamento nel quale abitavo, finii con il vivere per strada. Se non fosse stato per una ragazza di nome Kitty Wu, probabilmente sarei morto di fame.