Camera con vista

– La signora non doveva fare una cosa simile – disse la signorina Bartlett. – Non doveva farla assolutamente. Ci ha promesso delle stanze a sud, vicine e con una bella vista; invece queste sono stanze a nord, guardano su un cortile e sono molto distanti una dall’altra. Oh, Lucy!
– E per giunta è una cockney – disse Lucy che l’inaspettato accento della signora aveva molto rattristato. – Sembra di essere a Londra. – Guardò le due file di inglesi seduti a tavola; la fila di bottiglie del’acqua, bianche, e delle bottiglie di vino, rosse, che correva tra gli inglesi: i ritratti della defunta Regina e del defunto poeta laureato che erano appesi dietro la schiena degli inglesi in una pesante cornice; l’avviso della Chiesa Inglese (Reverendo Cuthbert Roger, A. Oxon), che erano l’unica decorazione della parete. – Charlotte, non sembra anche a te di essere a Londra? faccio fatica a credere che appena fuori dall’uscio ci sono tante cose diverse. Probabilmente è perché sono stanca.
– Questa carne è certamente già stata adoperata per fare il brodo – disse la signorina Bartlett, posando la forchetta.
– Desideravo tanto di vedere l’Arno. Le camere che la signora ci ha promesso nella lettera dovevano guardare sull’Arno. La signora non doveva proprio fare una cosa simile. Oh, è una vergogna!
– Per me va bene qualsiasi buco, – continuò la signorina Bartlett; – ma è ben triste che tu debba avere una camera senza vista.

Il mambo degli orsi

Quando arrivai da Leonard, la sera della vigilia di Natale, sullo stereo di casa sua c’erano i Kentucky Headhunters a tutto volume che cantavano the Ballad of Davy Crockett, e Leonard, come per una sorta di celebrazione natalizia, stava appiccando il fuoco ancora una volta alla casa accanto.
Mi auguravo che avesse smesso di farlo. La prima volta l’avevo aiutato, la seconda volta l’aveva fatto per conto suo, e ora eccomi presente alla terza, in macchina. Il tutto avrebbe avuto un’aria dannatamente sospetta, quando fossero arrivati gli sbirri. Qualcuno aveva già telefonato. Molto probabilmente erano stati gli stronzi da dentro la casa. Lo sapevo perché potevo sentire le sirene in lontananza.
Il ragazzo di Leonard, Raul, era sulla veranda, con le mani conficcate nelle tasche dell’impermeabile, a osservare l’incendio e il pestaggio che avvenivano poco distante; era agitatissimo, come un predicatore metodista in visita che si e appena reso conto che il capofamiglia si è pappato l’ultima coscia di pollo fritto.

Opinioni di un clown

Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì. Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassì, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo. Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfner, quel cattolico, il ritmo è diventato ancor più meccanico, senza perdere in scioltezza.

Chronic City

Incontrai per la prima volta Perkus Tooth in un ufficio. No, non ci lavorava in quell’ufficio, anche se ai tempi io ero confuso al riguardo. (Condizione tutt’altro che infrequente, per me.)
Eravamo al quartier generale della Criterion Collection, all’angolo tra la 52ª Strada e la Terza Avenue, nel pomeriggio di un giorno feriale di fine estate. Ci ero andato a registrare alcuni voice-over per un dvd della Criterion, riedizione di lusso di un film noir “dimenticato” degli anni cinquanta, La città è un labirinto. Il mio compito consisteva nel prestare la voce al regista di quel film, il compianto auteur emigré Von Tropen Zollner. Avrei dovuto leggere una serie di dichiarazioni tratte da interviste e articoli di Zollner per un documentario supplementare preparato dai geniali curatori della Criterion.
Avevo incontrato due di loro a una cena. Quando mi avevano coinvolto nel progetto, mi avevano fornito una quantità di materiali, che io avevo consultato in maniera tutt’altro che sistematica, e una versione provvisoria della loro ricostruzione del film, in modo che potessi rendermi conto di che cosa ci fosse di tanto entusiasmante.

La strada di Swann

Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che nemmeno avevo il tempo di dire a me stesso: «M’addormento». E, una mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; non avevo smesso, dormendo, di ragionare su ciò che avevo appena letto, ma quelle riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso l’oggetto di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità fra Francesco I e Carlo V.

La speculazione edilizia

Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre, in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio – il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera – le cose viste da sempre di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva: questo era il modo in cui tutte le volte che vi tornava, Quinto riprendeva contatto col suo paese, la Riviera

Americana

E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno. Le luminarie sormontavano scintillanti le porte dei negozi. I venditori di caldarroste spingevano i carretti fumanti. Di sera, la folla in strada era immensa e il fragore del traffico saliva a trasformarsi in un’ondata di piena. I Babbi Natale della Quinta Avenue scampanellavano con una delicatezza strana e quasi dolente, come a spargere sale su un taglio di carne guasta. In tutti i negozi risuonavano musichette, canti e osanna natalizi, e le trombe dell’Esercito della Salvezza diffondevano i lamenti marziali di antiche legioni cristiane. L’effetto sonoro in quel luogo e in quel momento era bizzarro, fragore di piatti e rullare di tamburi, come un rimprovero impartito a dei bambini per un peccato imperdonabile, e la gente era infastidita.