Vento dell’Est: vento dell’Ovest

Posso dire queste cose a te, sorella, come non potrei a una sorella vera. Che cosa capirebbe lei della mia stessa gente, dei lontani paesi dove per dodici anni visse mio marito? Neppure potrei parlare liberamente con una delle straniere che non conoscono il nostro popolo, né i costumi che abbiamo conservato sin dai tempi dell’antico Impero. Ma tu? Tu hai vissuto fra noi per tutti i tuoi anni. Appartieni, è vero, alle terre dove mio marito studiò sui libri occidentali; ma non potrai non capire. Dico la verità. Ti ho chiamata sorella: ti dirò tutto.

Alice nel paese delle meraviglie

Alice cominciava a essere stanca di starsene seduta insieme a sua sorella lungo la riva del fiume, senza niente da fare: una volta o due aveva lanciato un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a cosa serve un libro senza figure e dialoghi?” pensava Alice

Oblomov

In via Gorochovaja, in una di quelle grandi case, la cui popolazione sarebbe stata sufficiente per tutta una città di provincia, se ne stava di mattina a letto nel suo appartamento Ilja Iljič Oblomov.
Era questi un uomo di trentadue-trentatré anni, di media statura, di aspetto piacevole, con occhi grigio-scuri, ma nei tratti del volto privo di qualsiasi idea determinata, di qualsiasi concentrazione. Il pensiero passeggiava come un libero uccello sul suo viso, svolazzava negli occhi, si posava sulle labbra semiaperte, si nascondeva nelle rughe della fronte, poi scompariva, e allora su tutto il volto si accendeva l’uniforme colore dell’indifferenza. Dal volto l’indifferenza passava alle pose di tutto il corpo, perfino alle pieghe della veste da camera.

Pastorale americana

Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov.

Un uomo tranquillo

Nuala Kierley, a quie tempi Nuala O’Carrol, era cresciuta nell’est, sul confine di Tipperary, regione dove si allevano i cavalli.
Non appena fu in grado di camminare imparò a cavalcare, a pelo, asini, ginnetti, pony e, adolescente, qualunque cavallo che si lasciasse sellare.
All’età di diciassette anni era la migliore amazzone del Munchester e, se me lo consentite, del mondo.
Fu così che conobbe Martin Kierley.

L’età dell’oro

Timothy X. Farrell all’improvviso ebbe la visione dell’inquadratura d’inizio del film che aveva appena deciso di trarre da Rebecca, il bel romanzo di Daphne Du Maurier. Si era appena immesso nel viale di accesso a Laurel House, posta in alto sopra il fiume Potomac che scorreva lentamente, e là, di fronte a lui, nella gelida luce lunare d’argento, ecco l’inizio del suo film, se David O. Selznick non lo avesse battuto sul tempo nell’acquisto dei diritti e poi non avesse assunto Alfred Hitchcock, che razza di idea!, per dirigerlo. In parole povere, si preparava un vero e proprio disastro.

Buio a mezzogiorno

La porta della cella si chiuse con un colpo secco alle spalle di Rubasciov.
Egli restò appoggiato con le spalle alla porta per qualche secondo, e accese una sigaretta. Sul lettuccio alla sua destra c’erano due coperte pulite e il pagliericcio era stato rinnovato di fresco. La catinella alla sua sinistra non aveva tappo, ma il foro di scarico funzionava. Il bugliolo accanto era stato appena disinfettato e non puzzava. Le pareti su ambo i lati erano di solidi mattoni, il che avrebbe attutito il suono di qualsiasi colpo contro il muro, ma lì, dove il tubo di riscaldamento e quello di scarico lo attraversavano, era stata data una mano di calce e in quel punto risuonava sonoro; inoltre lo stesso tubo del riscaldamento sembrava un buon conduttore del suono. La finestra aveva inizio all’altezza dell’occhio, così che si poteva guardare nel cortile senza doversi sollevare sospendendosi alle sbarre dell’inferriata. In questo campo tutto era a posto.