Gibuti

Sotto lo sguardo di Xavier, due legionnaires uscirono a passo lento dal terminal in attesa del volo: dei veri elegantoni, quei soldati, col kepi tondo e bianco dritto sulla testa, le spalline rosse e un’ampia fascia azzurra in vita, come se venissero da un reggimento dei tempi andati, non fosse stato per i pantaloni corti e i fucili d’assalto. Ed eccoli lì ad aspettare il volo Air France da Parigi, arrivo a Gibuti previsto per le otto del mattino.

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L’arte della divinazione

Da sempre a Vigàta la festa di Cannalivari non ha mai avuto senso. Per i grandi, naturalmente, che non organizzano veglioni e non fanno cene speciali. Per i picciliddri, invece, è tutt’altra musica, se ne vanno in su e in giù per il corso cassariandosi nei loro costumi oramai a passo con la televisione. Oggi non si trova più un costume di Pierrot o di Topolino a pagarli a peso d’oro, Zorro sopravvive, ma furoreggiano Batman e arditi astronauti in sparluccicanti tute spaziali. Quell’anno, invece, la festa di Cannalivari ebbe senso almeno per un adulto: il professor Gaspare Tamburello, preside del locale liceo Federico Fellini, recentissimamente costituito, come si poteva capire dal nome che gli era stato dato.

De profundis

EPISTOLA: IN CARCERE ET VINCULIS
Carcere di Sua Maestà
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Caro Bosie, dopo lunga e sterile attesa ho deciso di scriverti io, per il tuo bene come per il mio, poiché non vorrei proprio ammettere d’essere passato attraverso due lunghi anni di prigionia senza mai ricevere un solo rigo da te, una qualsiasi notizia, un semplice messaggio, tranne quelli che m’arrecarono dolore.
La nostra amicizia, nata male e tanto deplorevole, è finita con la rovina e con la pubblica infamia per me, eppure il ricordo del nostro antico affetto mi fa spesso compagnia, e mi riesce così triste, così triste il pensiero che l’astio, l’amarezza, il disprezzo debbano prendere per sempre il posto dell’amore nel mio animo: e anche tu sarai convinto, suppongo, nel profondo del tuo cuore che scrivermi, mentre vivo nella solitudine di questo carcere, sia sempre meglio di pubblicare le mie lettere senza il mio permesso o di dedicarmi versi non richiesti, e non c’è alcun bisogno che il mondo sappia qualcosa delle parole, di qualsiasi parola, di dolore o passione, rimorso o distacco che ti piacerà inviarmi come replica o richiamo.

Il compagno Astapov

Il treno sobbalzò così bruscamente che i tre passeggeri nel vagone di prima classe capirono di essersi allontanati dalla stazione di Tula ben più di qualche metro. Uno di loro (Gribsin) ebbe l’impressione di essere stato sbalzato via dalla propria epoca. Il secondo passeggero (Vorob’ev) si sentì strappato da una consuetudine di pensiero che a distanza di anni dalla scoperta si accompagnava a un senso di compiacimento. Il terzo uomo (Chaitover), che sonnecchiava a occhi chiusi, li spalancò come se fosse stato portato in vita all’improvviso. I tre uomini non si conoscevano ancora.

Lettera a un bambino mai nato

A chi non teme il dubbio a chi si chiede i perché‚ senza stancarsi e a costo di soffrire di morire A chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla questo libro é dedicato da una donna per tutte le donne. Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per aggangiarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato.

Il diario di Sally Mara

E’ partito. La nave salpa sbuffando il suo monotono fumo sullo schermo del cielo. Fischia, ansima, se ne va, portandosi via Monsieur Presle, il mio professore di lingua francese.
Ho sventolato il fazzoletto e ora lo inzuppo di lacrime prima di stringerlo, stanotte, tra le gambe, sul cuore. Oh, God, chi mai conoscera il mio tormento, chi mai saprà che Monsieur Presle porta con se tutta l’anima mia, la quale è certamente immortale. Non mi ha mai fatto niente, Michel. Monsieur Presle, voglio dire. So che gli uomini della sua età fanno certe cose alle ragazze pazzerelle della mia. Quali cose e perche? Lo ignoro. Io sono vergine, vale a dire non ho mai subito manipolazioni (“terreno vergine: terreno che non ha mai subito manipolazioni” dice il dizionario). Monsieur Presle non mi ha mai toccata. Soltanto la sua mano sulla mia. Talvolta essa mi scivolava lungo la schiena per darmi qualehe leggera pacca sul popo. Semplici gesti di cortesia. Mi ha insegnato il francese e con un’ostinazione! Me I’ha insegnato non proprio tanto malaccio, poiche in suo onore, in ricordo della sua partenza, intendo dire, mi accingo da oggi, ora, a scrivere il mio diario nella sua lingua materna. Sarà il mio scritto di francese. E’ 1’altro, quello di inglese, lo sbatterò nel fuoco.

L’isola del tesoro

Sollecitato dal conte Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della brigata di scrivere la storia della nostra avventura all’Isola del Tesoro, con tutti i suoi particolari, nessun escluso, salvo la posizione dell’isola. e ciò perché una parte del tesoro ci è ancora nascosta, io prendo la penna nell’anno di grazia 17… e mi rifaccio al tempo in cui mio padre teneva la locanda dell’ “Ammiraglio Benbow” e il vecchio uomo di mare dal viso sfregiato da un colpo di sciabola prese per la prima volta alloggio presso di noi.