Viaggio con Charley

viaggio con charleyQuand’ero giovane e avevo in corpo la voglia di essere da qualche parte, la gente matura m’assicurava che la maturità avrebbe guarito questa rogna. Quando gli anni mi dissero maturo, fu l’età di mezzo la cura prescritta. Alla mezza età mi garantirono che un’età più avanzata avrebbe calmato la mia febbre. E ora che ne ho cinquantotto sarà forse la vecchiaia a giovarmi. Nulla ha funzionato. Quattro rauchi fischi della sirena d’una nave continuano a farmi rizzare il pelo sul collo, e mettermi i piedi in movimento. Il rumore d’un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino uno sbatter di zoccoli sul selciato suscitano l’antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole. Temo che la malattia sia incurabile. Metto giù questa roba non per istruire gli altri, ma per informare me stesso.

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Fiesta

fiesta

Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Prìnceton, categoria pesi medi. Non crediate che questo, come titolo pugilistico, a me faccia una grande impressione, ma per Cohn significava molto. Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava, ma l’aveva imparata, con fatica e sino in fondo, per reagire a quel senso di inferiorità e di insicurezza che gli derivavano a Prìnceton dall’essere trattato come ebreo.

Questo bacio vada al mondo intero

questo bacioQuelli che lo videro ammutolirono. Su Church Street. Liberty. Cortland. West Street. Fulton. Vesey. Un silenzio intento ad ascoltarsi, solenne e bellissimo. Alcuni in un primo momento pensarono a un’illusione ottica, a un effetto atmosferico o a un calare dell’ombra. Altri lo presero per il classico scherzo metropolitano: si sta lì impalati con il naso per aria finchè non si raduna un gruppetto di curiosi che sollevano la testa a loro volta, annuiscono, confermano, e alla fine si trovano a osservare il nulla assoluto, come in attesa della fine di una gag di Lenny Bruce. Ma più guardavano, più ne erano certi. Qualcuno stava in piedi lassù sul margine del palazzo, un’ombra scura contro il grigio del mattino. Forse un lavavetri. O un operaio edile. O qualcuno che voleva lanciarsi nel vuoto.

La breve vita felice di Francis Macomber

Era quasi ora di pranzo e tutti sedevano sotto il doppio telo verde della tenda della mensa facendo finta di niente.
“Cosa preferisce?” Succo di limetta o spremuta i limone?” chiese Macomber.
“Succo di limetta con una spruzzata di seltz e un po’ di gin”, gli disse Robert Wilson.
“Anche per me. Ho bisgono di qualcosa”, disse la moglie di Macomber.
“Mi sembra giusto”, convenne Macomber. “Gli dica di farne tre.”
Il boy che si occupava della mensa si era già messo a prepararli, togliendo le bottiglie dalle sacche frigorifere di tela che trasudavano umide nel vento che soffiava tra gli alberi che ombreggiavano le tende.
“Quanto avrei dovuto dare agli uomini?” chiese Macomber.
“Una sterlina sarebbe più che sufficiente”, gli disse Wilson. “Non vorra viziali.”
“Penserà il capo a dividerla?”
“Assolutamente.”

Ubik

ubikAlle tre e trenta del mattino del 5 giugno 1992, il miglior telepate del Sistema Solare scomparve dalla mappa situata negli uffici della Runciter Associates a New York City. Ciò fece squillare i videofoni. L’organizzazione Runciter aveva perso le tracce di troppi psi di Hollis nel corso degli ultimi due mesi; questa ulteriore sparizione non ci voleva.

Gli occhi negli alberi

gli occhi negli alberiPensa a una disgrazia talmente assurda da essere impossibile. Per prima cosa immagina la foresta. Devi essere la sua coscienza, gli occhi negli alberi. Gli alberi sono colonne di corteccia scivolosa e striata simili a possenti animali cresciuti oltre misura. Ogni spazio è pieno di vita: delicati rospi velenosi dipinti con disegni a forma di scheletro, avvinghiati nell’amplesso e impegnati a deporre le loro preziose uova sulle foglie gocciolanti. Viticci che strangolano i loro simili nella lotta senza fine per la luce. Il respiro delle scimmie. Il ventre di un serpente che occhieggia lucido tra i rami. Un esercito di formiche che polverizza il tronco di un albero gigantesco e lo trasporta sottoterra dalla sua famelica regina. E, in risposta, un coro di germogli che spunta da ceppi marciti, succhiando vita dalla morte. Questa foresta mangia se stessa e vive in eterno.