Cent’anni di solitudine

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cosí recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

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Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto

coelhoMi sono seduta e ho pianto. Narra la leggenda che tutto ciò che cade nell’acqua di questo fiume, le foglie, gli insetti, le piume degli uccelli, si trasforma nelle pietre del suo letto. Ah, se solo potessi strapparmi il cuore dal petto e lanciarlo nella corrente, allora non ci sarebbero più dolore né nostalgia né ricordi.
Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. Il freddo dell’inverno mi ha fatto sentire le lacrime sul viso: lacrime calde che si sono confuse con le acque gelate che scorrono davanti a me. In qualche punto, il fiume si unisce con un altro, poi con un altro ancora, finché, lontano dai miei occhi e dal mio cuore, tutte le acque si confondono con il mare.
Che le mie lacrime scorrano lontano, perché il mio amore non sappia mai che un giorno ho pianto per lui. Che le mie lacrime scivolino via, e solo allora dimenticherò il fiume Piedra, il monastero, la chiesa sui Pirenei, la bruma, i cammini che abbiamo percorso insieme.
Dimenticherò le strade, le montagne e i campi dei miei sogni: sogni che mi appartenevano e che io non conoscevo.

L’intrusa

borgesDicono (il che è improbabile) che la storia sia stata riferita da Eduardo, il minore dei Nelson, durante la veglia funebre di Cristián, il maggiore, che morì di morte naturale, intorno al 1890, nel distretto di Morón. Quel che è certo è che qualcuno la sentì da qualcuno, nel corso di quella lunga notte perduta, tra un mate e l’altro, e la ripeté a Santiago Dabove, dal quale l’ho saputa. Anni dopo me la raccontarono di nuovo a Turdera, dove si era svolta. La seconda versione, un po’ più prolissa, confermava sostanzialmente quella di Santiago, con le piccole varianti e divergenze del caso. La scrivo adesso perché in essa si riassume, se non mi inganno, una breve e tragica immagine dell’indole dei vecchi abitanti dei sobborghi. Lo farò onestamente, ma già prevedo che cederò alla tentazione letteraria di accentuare o di aggiungere qualche dettaglio.

Quando Teresa si arrabbiò con Dio

teresaNel 1903 mia nonna Teresa, madre di mio padre, si arrabbiò con Dio e anche con tutti gli ebrei di Dnepropetrovsk, in Ucraina, perché continuavano a credere in Lui malgrado la micidiale inondazione del fiume Dnepr. Durante l’alluvione era morto Giuseppe, il suo figlio prediletto. Quando l’acqua aveva cominciato a invadere la casa, il ragazzo aveva spinto in cortile un armadio e ci si era arrampicato sopra, ma il mobile non rimase a galla perché era gravato dai trentasette trattati di Talmud… Dopo il funerale, inseguita dal marito e stringendo a sé i quattro piccini che le rimanevano, Giacomo e Beniamino, Lola e Fanny, fabbricati più per dovere che per passione, entrò come una furia in sinagoga, interruppe la lettura del Levitico, capitolo 19, “Parla a tutta la congregazione dei figli d’Israele, e di’ loro…”, e ruggì: “Sarò io a dirvi qualcosa!”.

La figlia della fortuna

figlia della fortunaTutti nascono con qualche talento speciale ed Eliza Sommers scoprì presto di possederne due: un buon naso e una buona memoria. Il primo le servì per guadagnarsi da vivere e il secondo per potersene ricordare, se non con precisione, almeno con la poetica vaghezza degli astrologi. Quel che si dimentica è come se non fosse mai successo, e i suoi ricordi reali o illusori erano talmente tanti che per lei fu come vivere due volte. Diceva sempre al suo fedele amico, il saggio Tao Chi’en, che la sua memoria era come il ventre della nave su cui si erano conosciuti, buia e spaziosa, zeppa di casse, barili e sacchi in cui si erano accumulati gli episodi di tutta la sua esistenza.

Grazie per il fuoco

grazie per il fuoco

A Broadway, all’altezza della 113ma strada, non solo si parla uno spagnolo nasale e contaminato; si potrebbe anche dire che si pensa, si cammina e si mangia alla spagnola. Cartelli e insegne, che qualche isolato prima annunciavano ancora Groceries & Delicatessen, si sono trasformati qui in Croseìas y Delicadezas. I cinema non annunciano, come quelli della 42ma strada, film di Marlon Brando, Kim Novak e Paul Newmann, ma espongono grandi manifesti con le figure di Pedro Armendàriz, Maria Félix, Cantinflas o Carmen Sevilla.

La frontiera scomparsa

Il biglietto per andare da nessuna parte fu un regalo di mio nonno.
Mio nonno. Un personaggio insolito e terribile. Credo che avessi appena compiuto undici anni quando mi consegnò il biglietto.
Camminavo per Santiago una mattina d’estate. Il vecchio mi aveva già offerto almeno sei gassose, altrettanti gelati si erano ben liquefatti nella mia pancia, e sapevo che aspettava di essere avvisato del mio bisogno di urinare. Forse si preoccupò davvero dei miei reni quando mi chiese:
«Be’? Non vuoi pisciare? Accidenti, bambino mio. Con tutto quello che hai bevuto…»
La mia risposta normale, quella solita, avrebbe dovuto suonare drammaticamente affermativa, con le gambe ben strette a sottolineare le parole. Allora lui, togliendosi di bocca il mozzicone di sigaro che gli penzolava sempre dalle labbra, avrebbe sospirato per poi esclamare nel più didattico dei toni:
«Aspetta, bambino mio. Aspetta e tieni duro finché non troviamo la chiesa adatta».
Ma quella mattina avevo deciso di farmela addosso, se necessario, piuttosto che subire di nuovo gli insulti di qualche prete. La gag di gonfiarmi di gelati e gassose per poi farmi urinare sulle porte delle chiese la ripetevamo fin dal giorno in cui avevo imparato a camminare e il vecchio mi aveva trasformato nel suo compagno di scorribande, piccolo complice delle sue bricconate di anarchico in pensione.
Su quante porte di chiesa avrò pisciato…Quanti preti e beghine mi avranno coperti di improperi…
«Piccolo sporcaccione! Non hai il bagno a casa tua?» era la cosa più gentile che mi gridavano dietro.
«Come osi insultare mio nipote, che è un uomo libero? Parassita! Rifiuto! Assassino della coscienza sociale!» sputava loro addosso mio nonno, mentre io la facevo fino all”ultima goccia, giurandomi che la domenica successiva non avrei accettato né una Papaya, Né una Blitz, Né un’Orange Crush, le bibite che mi offriva in modo più che generoso.