Colline come elefanti bianchi

Le colline che attraversano la valle dell’Ebro erano lunghe e bianche. Di qua non c’era ombra né alberi, e la stazione era tra due file di binari sotto il sole. Contro il fianco della stazione c’era l’ombra calda dell’edificio e una tenda, fatta di filze di tubetti di bambù, appesa davanti alla porta aperta del bar, per tener fuori le mosche. L’americano e la ragazza che era con lui sedevano a un tavolo all’ombra, fuori dall’edificio. Faceva molto caldo e il direttissimo da Barcellona doveva arrivare di lì a quaranta minuti. Si fermava due minuti in quella stazione e proseguiva per Madrid.

Annunci

per chi suona

Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si addolciva ma un poco più in giù precipitava rapido, e l’uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico. Parallelo alla strada correva un torrente e giù, sulla sponda del valico, l’uomo vedeva una ruota idraulica e l’acqua scrosciante della chiusa, bianca sotto il sole estivo.

In un altro paese

In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più. Faceva freddo in autunno, a Milano, e il buio calava molto presto. Allora si accendevano le luci elettriche, ed era divertente camminare per le strade guardando le vetrine.
C’era molta selvaggina appesa davanti ai negozi, e la neve spolverava la pelliccia delle volpi e il vento ne gonfiava la coda. I cervi penzolavano rigidi e vuoti e pesanti, e gli uccellini si gonfiavano al vento e il vento ne scompigliava le piume. Era un autunno freddo, il vento veniva giù dalle montagne.

Fiesta

fiesta

Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Prìnceton, categoria pesi medi. Non crediate che questo, come titolo pugilistico, a me faccia una grande impressione, ma per Cohn significava molto. Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava, ma l’aveva imparata, con fatica e sino in fondo, per reagire a quel senso di inferiorità e di insicurezza che gli derivavano a Prìnceton dall’essere trattato come ebreo.

La breve vita felice di Francis Macomber

Era quasi ora di pranzo e tutti sedevano sotto il doppio telo verde della tenda della mensa facendo finta di niente.
“Cosa preferisce?” Succo di limetta o spremuta i limone?” chiese Macomber.
“Succo di limetta con una spruzzata di seltz e un po’ di gin”, gli disse Robert Wilson.
“Anche per me. Ho bisgono di qualcosa”, disse la moglie di Macomber.
“Mi sembra giusto”, convenne Macomber. “Gli dica di farne tre.”
Il boy che si occupava della mensa si era già messo a prepararli, togliendo le bottiglie dalle sacche frigorifere di tela che trasudavano umide nel vento che soffiava tra gli alberi che ombreggiavano le tende.
“Quanto avrei dovuto dare agli uomini?” chiese Macomber.
“Una sterlina sarebbe più che sufficiente”, gli disse Wilson. “Non vorra viziali.”
“Penserà il capo a dividerla?”
“Assolutamente.”

Come non sarai mai

L’attacco aveva spazzato il campo, era stato ostacolato dal fuoco delle mitragliatrici dalla strada incassata e dal gruppo di case coloniche, in paese non aveva incontrato resistenza e si era esaurito sulla riva del fiume. Venendo per la strada in bicicletta, mettendo piede a terra e spingendola quando il fondo della strada diventava troppo accidentato, Nicholas Adams capiva cos’era successo dalla posizione dei morti.

Il vecchio e il mare

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli  avevano detto che il  vecchio ormai  era decisamente e definitivamente salao,  che  è  la  peggior  forma  di  sfortuna,  e  il  ragazzo  li  aveva  ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana.