Il reparto n.6

Nel cortile dell’ospedale c’è un piccolo reparto circondato da una vera e propria selva di lappole, ortiche e canapa selvatica. Il tetto è arrugginito, il comignolo è mezzo crollato, i gradini della scaletta d’ingresso sono marci e invasi dall’erba, dell’intonaco non sono rimaste che poche tracce. La facciata anteriore guarda verso il corpo centrale, quella posteriore verso i campi, dai quali lo divide il grigio steccato dell’ospedale, pieno di chiodi. I chiodi, le cui punte sono rivolte all’insù, il recinto e il reparto hanno tutti quel particolare aspetto squallido, lugubre, che da noi hanno solo le costruzioni ospedaliere e carcerarie.

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Delitto e castigo

All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K. Sulle scale riuscì a evitare l’incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto di un’alta casa a cinque piani, e ricordava più un armadio che un alloggio vero e proprio. La padrona dell’appartamento, invece, dalla quale egli aveva preso in affitto quello stambugio, vitto e servizi compresi, viveva al piano inferiore, in un appartamento separato, e ogni volta che egli scendeva in strada gli toccava immancabilmente di passare accanto alla cucina della padrona, che quasi sempre teneva la porta spalancata sulle scale. E ogni volta, passandole accanto, il giovane provava una sensazione dolorosa e vile, della quale si vergognava e che lo portava a storcere il viso in una smorfia. Doveva dei soldi alla padrona, e temeva d’incontrarla.

La steppa

steppaDa N…, capoluogo di distretto del governatorato di Z…, sul far d’un mattino di luglio, uscí e rimbombando rotolò via per la grande strada postale uno sgangherato legnetto senza molle, uno di quei legnetti antidiluviani, su cui viaggiano ora in Russia soltanto i rappresentanti di commercio, i mercanti all’ingrosso e i preti di modesta condizione. Esso tambureggiava e cigolava ad ogni minimo movimento; cupamente gli teneva bordone un secchio che ci avevan legato dietro: e già da questi rumori, e dai miserevoli brindelli di cuoio che sbatacchiavano sulla sua carcassa spelacchiata, si poteva giudicare della sua vetustà e della sua buona disposizione ad andarsene in pezzi.

Padre Sergij

A Pietroburgo, negli anni Quaranta, capitò un caso che stupì tutti quanti: un bell’uomo, un principe, comandante di squadrone nel reggimento corazzieri della cavalleria imperiale, al quale tutti presagivano la nomina ad aiutante di campo e una brillante carriera nella Russia di Nicolaj I, un mese prima delle nozze con una bellissima damigella di Corte che godeva del favore particolare dell’imperatrice, presentò le dimissioni, troncò il rapporto con la fidanzata, cedette alla sorella la sua modesta tenuta e si ritirò in un monastero con l’intenzione di diventarvi monaco.

I demoni

Accingendomi alla narrazione di quei cosí singolari avvenimenti prodottisi recentemente in questa nostra città, che sinora non s’era mai distinta per alcunché di speciale, mi vedo costretto – a causa della inesperienza che m’è propria – a risalire alquanto indietro nel tempo, e, precisamente, all’epoca di certi particolari eventi verificatisi nella vita di Stepàn Trofìmovic Verchovènskij, persona oltremodo rispettabile e dotata d’indubbio talento. Tali eventi vanno considerati come una semplice introduzione alla presente cronaca, mentre la vera e propria storia che intendo esporre s’inizierà piú avanti.
Bisogna dire anzitutto che Stepàn Trofìmovic ha da sempre rivestito tra noi il ruolo d’una personalità particolare, dotata di un rilievo, per cosí dire, civile, un ruolo che egli amava alla follia, privo del quale – mi sembra – non avrebbe potuto neppure sopravvivere. Non che io, con ciò, intenda equipararlo a un qualsiasi attore di teatro, Dio me ne guardi! Tanto piú che egli ha tutto il mio rispetto. Si trattava piuttosto di una sorta di abitudine o, per meglio dire, di una costante, nobile inclinazione, presente in lui sin dall’infanzia, a nutrire il sogno lusinghiero di rivestire una posizione civile significativamente bella. Ad esempio, egli amava straordinariamente la sua condizione di “perseguitato” e, per cosí dire, di “esiliato”. Queste due parole avevano, ai suoi occhi, un prestigio, in un certo modo, classico, che lo aveva affascinato una volta per tutte e aveva continuato poi, per molti e molti anni, a sollevarlo sempre piú nella sua propria opinione, finché l’aveva innalzato su un piedistallo notevolmente elevato ed estremamente gradevole per il suo amor proprio.