Viaggio con Charley

viaggio con charleyQuand’ero giovane e avevo in corpo la voglia di essere da qualche parte, la gente matura m’assicurava che la maturità avrebbe guarito questa rogna. Quando gli anni mi dissero maturo, fu l’età di mezzo la cura prescritta. Alla mezza età mi garantirono che un’età più avanzata avrebbe calmato la mia febbre. E ora che ne ho cinquantotto sarà forse la vecchiaia a giovarmi. Nulla ha funzionato. Quattro rauchi fischi della sirena d’una nave continuano a farmi rizzare il pelo sul collo, e mettermi i piedi in movimento. Il rumore d’un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino uno sbatter di zoccoli sul selciato suscitano l’antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole. Temo che la malattia sia incurabile. Metto giù questa roba non per istruire gli altri, ma per informare me stesso.

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La corriera stravagante

Quaranta due miglia a valle della città di San Ysidro, su di una grande strada nazionale che traversa la California da settentrione a mezzogiorno, c’è un incrocio, che da un’ottantina d’anni si chiama la Svolta dei Ribelli. Da qui, una strada provinciale piega ad angolo retto verso occidente e prosegue per quarantanove miglia finché sbocca su un’altra grande strada di comunicazione diretta a mezzogiorno, che porta da San Francisco a Los Angeles e, naturalmente, a Hollywood. Chiunque, in codesta parte della California, voglia recarsi dall’interno alla costa, deve prendere la strada che nascendo alla Svolta dei Ribelli si snoda fra le colline e un breve tratto desertico, fra terreni coltivati e montagne, fino a che non raggiunge la grande strada litoranea a San Juan de la Cruz, proprio nel bel mezzo della città.

Furore

Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell’Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d’erbacce e d’ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. Il sole prese a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli d’ogni singola baionetta verde. Le nuvole tornarono, ma se ne andarono subito, e dopo qualche giorno non tentarono nemmeno più di ritornare. Le erbacce si vestirono d’un verde più scuro per mascherarsi alla vista, e smisero di moltiplicarsi. La terra si coprì d’una sottile crosta dura che impallidiva man mano che il cielo impallidiva, e risultava rosa nella regione rossa, bianca nella grigia.